METABOLISMO DEI LIPIDI: ènoto che la concentrazione dei lipidi plasmatici è molto influenzata dal contenuto di grassi saturi della dieta e che a livello di popolazione le concentrazioni medie di colesterolo sono più elevate in quei paesi che consumano diete ricche di grassi saturi e più basse nei paesi con diete povere di grassi e ricche di vegetali e fibre. Tuttavia a livello dell’individuo la variazione dei lipidi plasmatici in risposta a modifiche dietetiche è variabile, alcuni soggetti rispondono molto bene, mentre altri sono relativamente insensibili. In alcuni casi, livelli alti di colesterolo sono stati osservati in correlazione a specifiche mutazioni geniche e le persone che portano tali mutazioni rappresentano soggetti ad alto rischio di patologie cardiovascolari. La comprensione dei meccanismi molecolari alla base dei disordini del metabolismo lipidico è di grande importanza per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Livelli alti di colesterolo sono stati osservati in correlazione a specifiche mutazioni geniche e le persone che portano tali mutazioni rappresentano soggetti ad alto rischio per queste patologie. Una dieta adeguata potrà prevenire questi rischi. I geni analizzati nel sono 12 e ben 17 la varianti studiate, al fine di avere un quadro completo ed esaustivo  di predisposizione ai disordini metabolici. 

METABOLISMO E OBESITA’ L’obesità è una malattia complessa dovuta a fattori genetici, ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio energetico ed accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo. Studi su famiglie hanno sempre sostenuto l’ipotesi di un’influenza genetica, responsabile delle cosiddette anomalie metaboliche che faciliterebbero l’insorgenza dell’obesità in presenza di alta disponibilità di alimenti e cronico sedentarismo. L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari.

I geni analizzati nel pannello metabolismo e obesità  sono 6/8 le varianti studiate vedi pannello nutri genetica tutti coinvolti nei maggiori fattori di rischio cardiovascolare compreso l’obesità centrale, la resistenza all’insulina, la pressione arteriosa elevata e le anomalie dei lipidi nel sangue. Il test genetico è quindi uno strumento importante per scegliere il regime alimentare più adatto in relazione alla nostra efficienza nel metabolizzare i grassi.

METABOLISMO DELL’OMOCISTEINA: Negli ultimi anni si vanno accumulando sempre maggiori evidenze scientifiche su come livelli clinicamente aumentati di omocisteina rappresentino un nuovo fattore indipendente di rischio cardiovascolare che si può affiancare agli altri fattori di rischio tradizionali o che può potenziarne gli effetti deleteri sulla parete arteriosa. Il fumo di sigaretta e l’apporto dietetico di folati e vitamina B12 sono tra i principali determinanti delle concentrazioni plasmatiche di omocisteina. L’omocisteina sembrerebbe indurre il danno vascolare interferendo con la produzione di acido nitrico da parte dell’endotelio, determinando iperplasia delle cellule muscolari lisce e aumentando la produzione di radicali liberi con conseguente danno ossidativo e perossidazione lipidica (così favorendo la formazione della placca aterosclerotica), nonché interferendo con la funzione piastrinica e incrementando la tendenza alla trombosi. L’iperomocisteinemia riveste, inoltre, importanti implicazioni nella riproduzione umana connesse al momento concezionale (aborti ripetuti), allo stato gravidico (patologie vasculodipendenti quali preeclampsia, difetto di crescita fetale, distacco di placenta) e alla menopausa.I geni analizzati in questo pannello sono 4 (6 mutazioni) e tutti relazionati al metabolismo dell’omocisteina nel sangue. La presenza di queste mutazioni determina quindi una variabilità individuale che può riflettersi sulla suscettibilità a sviluppare diverse patologie, ma che può essere modulata da una dieta adeguata.

RISPOSTA INFIAMMATORIA: È noto da molti anni che la deposizione di grassi derivati dal colesterolo nella parete dei vasi induce un’attivazione di cellule normalmente presenti in questa zona dei vasi denominati macrofagi.  Il macrofago dopo ingestione di questo materiale viene attivato e induce un’anomala risposta infiammatoria nella parete del vaso che col tempo porta alla formazione della placca aterosclerotica e alle alterazioni vasali tipiche dell’aterosclerosi. Quindi componenti e fattori  ad attività regolatoria sulla risposta infiammatoria giocano un ruolo importante nello sviluppo e nella manifestazione clinica delle complicanza dell’aterosclerosi, quali l’infarto del miocardio.

ATTIVITÀ  ANTIOSSIDANTE E DETOSSIFICAZIONE: L’attività antiossidante delle nostre cellule  aiuta a combattere i danni causati dai radicali liberi, (RL) che rappresentano lo scarto delle reazioni del metabolismo umano. I RL sono molecole altamente reattive e il successivo attacco al DNA cellulare da parte loro non solo danneggia il nostro patrimonio genetico ma gioca un ruolo cruciale nelle sviluppo di molte malattie comuni dovute all’invecchiamento,(es. arteriosclerosi, cataratta, morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson ecc), nell’insorgenza dei tumori e di numerose altre patologie. Numerosi studi sperimentali  hanno poi dimostrato una  correlazione tra produzione di radicali liberi e durata della vita . Alcuni geni specifici  possono essere i responsabili della produzione e la funzione degli enzimi antiossidanti.

Alcuni polimorfismi presenti nei geni analizzati in questo pannello (5 geni ,7 varianti geniche analizzate) regolano le sostanze antiossidanti necessarie a proteggere il DNA dai danni provocati dai radicali liberi. Lo stress ossidativo è determinato dalla quantità di guasti provocati da questi ultimi all’interno e all’esterno delle cellule. Esso influenza direttamente la struttura e il funzionamento dei geni, l’integrità della membrana cellulare e nucleare e il funzionamento delle cellule. Un deficit di queste funzioni determinabile tramite il test  offre indicazioni utili per una efficace prevenzione.

METABOLISMO OSSEO E OSTEOPOROSI: La chiamano “l’epidemia silenziosa“: 4 milioni di persone colpite in Italia (di cui 3 milioni donne) e 250mila fratture da osteoporosi ogni anno (70 mila del femore); da uno studio condotto in Italia emerge chesolo una donna su due affetta da osteoporosi sà di esserlo mentre solo un uomo su cinque ne è consapevole; quando compaiono i primi sintomi infatti,molto spesso  la malattia è già in fase avanzata; i sintomi clinici sono legati alla comparsa delle fratture patologiche che spesso si verificano senza trauma importante .La perdita di densità ossea comincia, silente e progressiva, dopo i 50 anni. Colpisce soprattutto le donne (1 su 3 dopo la menopausa), ma anche gli uomini (1 su 5 dopo i 60 anni). L’allungamento della vita ha visto crescere sempre più il numero di persone con questo grave disagio. E le previsioni future sono allarmanti: nel mondo le fratture di femore per osteoporosi sono state circa 1.660.000 nel 1990 e si prevede  saranno 6.260.000  nel  2050 ! Senza una adeguata prevenzione,la diagnosi è sempre tardiva ed avviene quando ormai il danno organico si manifesta in tutta la sua gravità, con conseguenze invalidanti.  I fattori genetici giocano un ruolo importante nella patogenesi dell’osteoporosi e sono rappresentati dal pool di geni che regolano l’espressione dei caratteri legati allo sviluppo della patologia (massa e microarchitettura ossea). Questo test permetterà di identificare in un’unica analisi i geni modificati  e intervenire preventivamente attraverso misure legate allo stile di vita o con terapie farmacologiche prima che la malattia diventi conclamata.  

MENOPAUSA ED OSTEOPOROSI
Il  legame fra menopausa ed osteoporosi è noto da tempo: la cessata produzione di estrogeni da parte delle ovaie rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza della malattia. Gli estrogeni intervengono infatti nella regolazione della quantità di calcio presente nell’osso: venendo meno il loro controllo, il calcio nell’osso si riduce, lasciando una struttura porosa e fragile;la menopausa  è un momento critico per  le donne tanto più se precoce o chirurgica. 
In assenza di precauzioni e di cure, spesso una donna passata la menopausa si trova ad aver perso senza accorgersene il 30% e più della sua massa ossea adulta.  

PREVENZIONE, LA TERAPIA  FONDAMENTALE
Purtroppo l’osteoporosi non prevede sintomi particolari prima di una possibile frattura: le ossa più frequentemente interessate dal rischio di fratture sono le vertebre, il femore ed i polsi; le fratture avvengono anche per traumi di lieve entità o a volte, come nel caso delle lesioni vertebrali, spontaneamente. 
Moc,radiografie altri esami pur validi  non fanno che evidenziare lo stato della malattia, a volte troppo tardi per una cura proficua. 
Questo test permetterà di identificare in un’unica analisi i geni modificati  e intervenire preventivamente attraverso misure legate allo stile di vita o tramite terapie farmacologiche prima che la malattia diventi conclamata.
I geni investigati sono risultati in relazione con molte funzioni e processi vitali attinenti alla densità ossea, (un classico indicatore dello stato di mineralizzazione dell’osso), al sistema immunitario e all’assorbimento del calcio. In casi mutazioni riscontrate è possibile ripristinare il corretto equilibrio metabolico modificando il proprio regime alimentare bilanciando le carenze indotte dalla propria costituzione genetica.

A CHI E’ CONSIGLIATO IL TEST METABOLISMO OSSEO E OSTEOPOROSI 

  • A tutte le donne,  ed in particolare a quelle entrate in menopausa prima dei 45 anni 
  • A  chi è di corporatura magra e sottile  o ha avuto una significativa perdita di peso  
  • A chi  ha utilizzato farmaci a base di cortisone per lunghi periodi  
  • A chi fuma più di 20 sigaretta al giorno 
  • A chiunque abbia subito varie fratture o abbia parenti di primo grado che hanno subito fratture senza trauma 
  • A chi è rimasto a lungo immobilizzato a causa di malattia 
  • A chi  ha sofferto di patologie tiroidee  gravi 
  • A chi fa uso  elevato di bevande alcoliche  
  • A chi segue da tempo diete proteiche, mangia cibi molto salati, fa uso eccessivo di caffeina. 
  • Agli uomini con bassi livelli di testosterone ed estrogeni

INTOLLERANZA AI SOLFITI: I solfiti (conosciuti oggi anche come anidride solforosa (E220) , o siglati come E221 – fino ad E228) sono sostanze utilizzate come conservanti fin dall’ antichità; i Romani e gli antichi Egizi, infatti, già utilizzavano il biossido di zolfo per ripulire dai batteri i tini dove fermentava  il vino. Tuttavia il loro utilizzo è divenuto imponente solo dal  secolo scorso in concomitanza con le nuove esigenze alimentari dettate dallo sviluppo industriale. Vengono utilizzati  in grandi quantità come conservanti in numerosissimi cibi allo scopo di  mantenere la loro  colorazione naturale, impedire la crescita dei microrganismi , ottenere lo sbiancamento  dove necessario, o ancora  per prevenire la ruggine e le incrostazioni nell’acqua delle caldaie; sono inoltre impiegati nei farmaci per prolungarne l’attività terapeutica, e perfino  nella produzione di materiali da imballaggio di cibi confezionati come il cellophane. I solfiti sono sottoprodotti naturali  degli alimenti che ingeriamo o delle sostanze che possiamo inalare anche inconsapevolmente. Possono quindi  essere una fonte importante di solfiti : il vino e le bevande alcooliche, i prodotti da forno come il pane, i biscotti, i crackers, la frutta secca, le marmellate, le gelatine, gli sciroppi, i succhi di frutta , il pesce, i crostacei, i molluschi, gli hot dog , le salsicce, le conserve specie  sotto spirito, le patate e i prodotti derivati come patatine surgelate, purea, chips, le conserve di pomodoro, le caramelle, le merendine confezionate.

Negli individui sani, alle dosi comunemente impiegate nell’industria alimentare, l’anidride solforosa è considerata un  additvo sicuro; si tratta infatti di un composto naturale, prodotto anche dal nostro organismo durante il metabolismo di alcuni amminoacidi e facilmente inattivato dai sistemi di detossificazione endogeni. Nonostante questa sicurezza d’uso, l’anidride solforosa ed i solfiti possono arrecare qualche problema, talvolta grave, alle persone per così dire “sensibili. In soggetti  predisposti , anche quantitativi modesti possono scatenare serie conseguenze; inoltre  è molto difficile stabilire quanti solfiti ingeriamo o inaliamo, (per legge non è obbligatorio indicare la loro presenza se il quantitativo è inferiore a 10 mg al kg o lt), tutto ciò rende necessaria la conoscenza preventiva della tollerabilità o meno a questi conservanti.

Il contatto dei solfiti alimentari con l’acidità gastrica genera una certa quantità di anidride solforosa, che rappresenta uno dei gas più efficaci nell’indurre attacchi di broncospasmo nei soggetti asmatici. Sono particolarmente esposti al rischio di subire questo genere di reazioni anche le persone allergiche all’aspirina
I danni da solfiti si dividono in quattro categorie
1- Alterazioni vitaminiche:  
l’ anidride solforosa ed i solfiti distruggono la tiamina e la cianocobalamina (vitamine del gruppo B  : B1 e B12 )
2 – Appesantisce il nostro sistema detossificante:
questi additivi vengono eliminati per via urinaria dopo essere stati detossificati ad opera del fegato tramite un ‘enzima chiamato solfito ossidasi. Se la dose di solfiti è superiore alla nostra capacità di eliminarli, compaiono mal di testa .

3 – Reazioni allergiche ed allergie:
Un pericolo in agguato è rappresentato da possibili allergie e reazioni asmatiche con manifestazioni respiratorie anche gravi. Riniti, eczemi, orticaria e dissenteria possono essere causati dai solfiti . in queste malattie una delle componenti più ostiche è proprio l’ identificazione della causa. Immaginate l’ efficacia di un trattamento se non viene rimossa la causa che ha scatenato la malattia! 

4- Interazione con farmaci cortisonici:
Da non sottovalutare anche l’ interazione con farmaci, in particolar modo i cortisonici che aumentano la sensibilità individuale ai solfati.

E’  molto difficile stabilire la quantità massima di solfiti assumibile. In molti casi la loro presenza non è indicata e data la loro alta diffusione è molto facile che questi quantitativi si accumulino oltrepassando molto facilmente il valore consigliato dalla OMS. 
Facciamo un esempio semplicissimo.  Se peso 80 Kg  il tasso limite è di 70 mg per kg , quindi  560 mg. 
Una cenetta con un po’ di insaccati, 2 bicchieri di vino bianco con un po’ di frutta secca e siamo già oltre i limiti consigliati. Senza contare il resto dei conservanti.
Vista per tanto la massiccia presenza di questi conservanti nell’ambiente e negli alimenti e data la mancanza di possibilità di individuare  la quantità minima che possa scatenare la reazione allergica, il test Genetico (2 geni, 8 mutazioni) come analisi preventiva è perciò utile a chiunque, per scongiurare  una reazione allergica improvvisa e altrimenti non prevedibile.

INTOLLERANZA ALLA CAFFEINAPartiamo dal principio che lacaffeina è una sostanza alcaloide con numerosi ed importanti effetti sul nostro organismo: la sua conformazione chimica la rende infatti idonea, anche a concentrazioni molto basse, ad interagire con specifici recettori biologici che regolano la funzionalità del sistema cardiovascolare, endocrino enervoso; favorendo  il rilascio di due ormoni chiamati adrenalina enoradrenalina facilita l’aumento del metabolismo corporeo, dellafrequenza cardiaca, della pressione arteriosa e del numero di atti respiratori (aumentando così l’ossigenazione del sangue).

La caffeina è una sostanza comunque rinomata per la sue proprietà stimolanti; gli ultimi studi  nel campo della diagnosi molecolare hanno ampliato  le conoscenze sulle interazioni di questa straordinaria sostanza mettendo in evidenza un ulteriore e significativo ruolo; la ricerca ha  infatti evidenziato come  le persone a metabolizzazione lenta  di caffeina secondo il gene CYP1A2, erano associate ad un alto rischio di infarto, rischio che aumenta, anche in base al numero di tazzine consumate. Il pericolo di infarto cresce del 36% nei metabolizzatori lenti che bevono due o tre tazze di caffè al giorno”, concludono i ricercatori, “e si arriva fino al 64% per i forti consumatori di caffè, ossia coloro che ne consumano quattro o più tazze al dì. E il rischio è doppio se di età inferiore a 59 anni, quadruplo se minori di 50 anni.

Al contrario, chi ha la versione del gene associata a rapido metabolismo della caffeina risulta protetto dal rischio infarto, sempre che non si abusi di caffè. Ulteriori studi stanno confermando come le donne con il gene codificante il metabolismo lento per caffeina hanno un rischio maggiore di abortire  e di ridurre la fertilità se consumano da una a tre tazze di caffè al giorno,mentre le donne a metabolizzazione veloce non corrono questi rischi pur consumando le stesse quantità di caffè.
Contrariamente a quanto si crede, un caffè lungo, sebbene sia meno denso, contiene più caffeina di quello normale, e ancor più di quello ristretto, proprio perché la stessa quantità di posa di caffè viene “sfruttata” in misura maggiore (all’aumentare della quantità di acqua più caffeina finirebbe nel caffè). E’ importante poi ricordarsi  che questa sostanza  non si trova solamente nel caffè,ma in molte altre bevande e prodotti (cioccolata, tè, coca cola, pepsi, bevande energizzanti, etc.); inoltre, oggi, sempre più frequentemente viene utilizzata in barrette dietetiche, prodotti erboristici analgesici, cosmetici anticellulite, nonché in molti altre specialità farmaceutiche acquistabili senza ricetta medica.

I dati medi di contenuto di caffeina sono: per una tazza o una lattina di tè circa 20-30 mg di caffeina, una di cioccolata 10 mg, una lattina di Coca-Cola normale, Diet o di Pepsi circa 40 mg e una Red Bull 80 mg.
Chi deve utilizzare il test ? 
Tutti i consumatori di caffè e/o di bevande,alimenti contenenti caffeina.
Chiunque voglia trarre vantaggio dai più recenti studi scientifici che indicano come migliorare sensibilmente lo stile di vita e mantenersi in buona salute.
Le donne con abortività ricorrente o problemi di infertilità i cui esami specialistici diagnostici a riguardo non hanno rilevato la causa.

INTOLLERANZA AL LATTOSIO: Il 55% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio. L’intolleranza al lattosio è l’incapacità di digerire lo zucchero del latte ed è causata dal deficit della lattasi, enzima responsabile della scissione del lattosio in due zuccheri semplici: galattosio e glucosio. Da bambini l’enzima lattasi lo rende digeribile dividendolo in due zuccheri semplici;con la crescita  si assiste ad una progressiva riduzione dell’enzima fino ad arrivare alla totale carenza.

L’intolleranza al lattosio, la più comune intolleranza enzimatica (ne soffre circa il 70% della popolazione mondiale), è quindi l’incapacità di digerire lo zucchero del latte. Prima di essere utilizzato dall’organismo infatti  il lattosio deve essere  scisso in glucosio e galattosio dall’enzima lattasi; al contrario un deficit di questo enzima fa sì che il lattosio non idrolizzato non potendo essere digerito raggiunga il colon esercitando un effetto osmotico con conseguente  fermentazione batterica dello zucchero e formazione di acido lattico. L’intolleranza al lattosio può manifestarsi con nausea, gonfiore, flatulenza, stanchezza,cefalea, dolori articolari,manifestazione cutanee crampi addominali e diarrea. La sintomatologia è dose-dipendente: maggiore è la quantità di lattosio ingerita, più evidenti sono i sintomi. 

Il 70% della popolazione mondiale adulta risulta intollerante al lattosio. Verifica in maniera semplice e definitiva se anche tu lo sei !!!!

Perché il test genetico? Fino ad oggi per verificare l’intolleranza al lattosio veniva effettuato  per lo più esclusivamente  il Breath Test all’idrogeno (BTH)Questo tipo di test comporta un grande impegno temporale da parte del paziente, (circa 4 ore da trascorrere in clinica talvolta con manifestazioni gravose dopo l’ingestione del lattosio),ed una adeguata preparazione da parte dei pazienti nei giorni precedenti il test; nonostante questo, alcuni cibi, il fumo, patologie concomitanti, l’assunzione, talvolta obbligata di certi farmaci, possono portare a risultati falsi positivi o negativi.

Diversamente a tutto ciò il test genetico risulta essere non invasivo e rapido presentando risultati certi circa il rischio di sviluppo dell’intolleranza al lattosio. Sono stati individuati nel gene della  lattasi (map locus 2q21), due differenti polimorfismi responsabili  della persistenza enzimatica: -13910 T>C, -22018 A>G ; nella specie umana,così come in tutti i mammiferi, i geni per la digestione del latte vengono silenziati subito dopo lo svezzamento.

Queste mutazioni perciò costituiscono un vantaggio selettivo grazie al quale chi le possiede mantiene attivo il gene della lattasi riuscendo ad assimilare il lattosio anche in età  adulta,purtroppo solo un’ esigua parte della nostra popolazione ne è portatrice, la maggior parte degli individui, infatti, risulta intolleranti al lattosio continuando inconsapevolmente ad assumerlo con conseguenze spesso gravose sulla propria salute.

Essere consapevoli della propria predisposizione genetica a particolari patologie permette di effettuare adeguati e tempestivi cambiamenti nel proprio stile di vita e di  istituire efficaci azioni di prevenzione.

INTOLLERANZA AL GLUTINE (Celiachia): La celiachia è una  intolleranza permanente causata dall’ingestione del glutine, la frazione proteica presente in molti cereali ( frumento, farro, kamut, orzo, avena, segale, spelta, triticale). La reazione di tipo autoimmunitario che ne consegue  determina la distruzione dell’epitelio interno intestinale, con conseguente malassorbimento di tutti i nutrienti.

Una diagnosi tardiva può quindi  cronicizzare l’infiammazione  determinando  patologie  gravi a  volta irreversibili, come: osteoporosi, infertilità, aborti ripetuti, bassa statura nei ragazzi, diabete mellito, tiroidite autoimmune, alopecia, epilessia con calcificazioni cerebrali, linfoma intestinale, artrite reumatoide, epatite cronica attiva, dermatite erpetiforme.

Le gravi lesioni alla mucosa dell’intestino tenue, regrediscono eliminando il glutine dalla dieta.

La malattia celiaca non guarisce: l’unica cura consiste quindi nell’adozione di una dieta rigorosa.

L’incidenza di questa intolleranza in Italia è stimata in un soggetto ogni 100 persone. La vastissima  gamma di sintomi rende  però difficile la diagnosi,al punto che circa l’80% dei malati di celiachia,secondo stime recenti, non sono stati ancora diagnosticati.

SINTOMI : L’intolleranza può comparire, in un periodo qualsiasi della vita, spesso dopo un evento stressante quale una gravidanza, un intervento chirurgico o una infezione intestinale.

Non sempre la celiachia si manifesta in modo palese:

  • la forma tipica presenta come sintomatologia un quadro classico di malassorbimento con diarrea, perdita di peso e carenze nutritive multiple;
  •  quella atipica si rivela tardivamente con sintomi prevalentemente  estranei all’apparato digerente (es. comuni disturbi quali crampi, debolezza muscolare, formicolii, emorragie, gonfiore alle caviglie, dolori ossei, facilità alle fratture, alterazioni cutanee, afte, disturbi psichici. Molto frequente è l’anemia da carenza di ferro ;
  •  quella silente ha come caratteristica l’assenza di sintomi eclatanti e quella potenziale (o latente) si evidenzia solo con esami specifici.

DIAGNOSI E  GENETICA

La variabilità dei sintomi  e la frequenza di forme asintomatiche rendono  difficile la diagnosi per Morbo Celiaco; il test genetico rappresenta uno  strumento rapido e affidabile sia per soggetti sintomatici con diagnosi anticorpale dubbia sia  che per individui con familiarità positiva. E’  stata dimostrata una forte associazione tra la Celiachia  e i geni del complesso di istocompatibilità HLA II (eterodimeri DQ2,DQ8,DR4); il 90% dei celiaci è portatore dell’antigene DQ2, mentre nella maggior parte dei celiaci DQ2-negativi riscontriamo la positività per il DQ8.

Gli stessi alleli sono osservati anche nel 25-30% dei familiari sani dei celiaci; infatti la presenza degli alleli HLA è un indicatore di predisposizione al morbo celiaco ed è essenziale. La conferma definitiva della  diagnosi può essere data solo con la biopsia intestinale.

Il test genetico è di notevole aiuto quando sia necessario escludere la malattia celiaca, e determinante in caso di una malattia refrattaria alla terapia. 

La risposta, di chiara comprensione, indicherà se il soggetto sia portatatore o meno degli antigeni DQ2, DQ8, DR4 responsabili della predisposizione al Morbo Celiaco.

A CHI E’ CONSIGLIATO IL TEST

  • Alle persone che hanno un familiare  affetto da Morbo Celiaco,
  • A chi dopo aver effettuato esami sierologi ha ricevuto una diagnosi per Morbo Celiaco dubbia,
  • A chi  soffre di sintomi gastrointestinali , diarrea, dolori addominali, epatite,  sindrome da colon irritabile e non ne conosce la causa,
  • Alle persone che soffrono di: anemia da ferro; osteoporosi; dermatite erpetiforme, sindrome da stanchezza cronica,
  • A chi perde peso senza causa apparente.