La dieta costituisce il primo passo per la cura delle iperlipidemie. L’aderire ad una dieta ipolipidemizzante può far ridurre la colesterolemia fino al 25% del valore iniziale nelle forme poligeniche (tali risultati ovviamente non sono possibili nelle iperlipidemie familiari). Risultati ancora più sorprendenti (riduzione di oltre il 50% dei valori iniziali) possono essere ottenuti nelle ipertrigliceridemie.
Alti livelli di trigliceridi nel sangue aumentano il rischio di malattie coronariche (come l’infarto di cuore) e dell’aterosclerosi. Ai trigliceridi alti, inoltre, si associano quasi sempre bassi valori del colesterolo HDL (il colesterolo “buono”) e, spesso, una tendenza al sovrappeso ed alla malattia diabetica oltre che valori elevati della pressione arteriosa; “sindrome plurimetabolica”.
Un netto miglioramento della gravità di questa situazione complessa (e rischiosa) può in genere essere ottenuto semplicemente modificando in modo appropriato lo stile di vita e facendo un po’ di attività fisica.

Alcuni consigli utili:
1 – Correggere eventuale sovrappeso e obesità
I trigliceridi svolgono nel nostro organismo essenzialmente la funzione di riserva energetica: le calorie in eccesso, quindi, vengono trasformate in queste sostanze, per poter essere immagazzinate con facilità. Migliorando il controllo del peso, il tasso dei trigliceridi si ridurrà.
2 – Pasta e zucchero “ complessi” meglio degli zuccheri “ semplici”
Gli zuccheri complessi a lenta digeribilità, di cui è ricca soprattutto la pasta preparata e cotta “all’italiana”, vengono assorbiti più lentamente dall’intestino rispetto agli zuccheri semplici, o anche rispetto agli zuccheri complessi a più rapida digeribilità, come quelli contenuti per esempio nel pane e nelle patate. Di conseguenza, essi entrando meno velocemente nel sangue, stimolano una minore produzione di trigliceridi da parte del fegato. In alcuni soggetti, inoltre, il fruttosio (lo zucchero di cui sono ricche la frutta autunnale (cachi, fichi, uva) e la frutta esotica (banane, ananas, ecc.) rappresenta un potente stimolo alla produzione di trigliceridi. Si deve limitare l’uso di questa frutta in presenza di elevati tassi di trigliceridemia.
3 – Più verdura e legumi
La verdura è ricca di fibra alimentare, che svolge una efficace azione di controllo dell’assorbimento intestinale dei grassi. La fibra contenuta nei legumi (che sono tra l’altro ricchi di zuccheri a lenta digeribilità) è particolarmente interessante, da questo punto di vista. Inoltre la fibra vegetale è scarsamente sensibile alla cottura: l’effetto descritto, pertanto, si mantiene anche nella verdura cotta.
4 – Aumentare il consumo di acidi grassi insaturi
I grassi saturi, caratteristici dei cibi di origine animale, tendono a stimolare la produzione di colesterolo e di trigliceridi da parte del fegato, mentre i grassi insaturi, in particolare gli acidi grassi essenziali della serie Omega 3 (EPA, DHA), contenuti nei pesce dei mari freddi e in alcuni tipi di oli (olio di lino e olio di semi di girasole), svolgono un effetto opposto.
5 – Ridurre o eliminare l’alcol
L’alcool in tutte le sue forme (vini, liquori, birra) stimola in molti soggetti un’intensa produzione di trigliceridi da parte del fegato. In presenza di ipertrigliceridemia, pertanto, è necessario un controllo o meglio l’abolizione di questa sostanza. Poiché la risposta personale all’alcool è molto variabile, e consumi moderati di bevande alcoliche possono aumentare il livello del colesterolo HDL (il colesterolo “buono”) è bene effettuare il controllo dei trigliceridi dopo 2-3 settimane di dieta totalmente priva di alcool, senza modificare il resto della struttura della dieta stessa.
6 – Aumentare il consumo di pesce
I grassi del pesce sono caratterizzati da tre interessanti proprietà: sono efficaci nell’abbassare il tasso dei trigliceridi nel sangue, svolgono un’azione antitrombotica (simile entro certi limiti a quella, ben nota, posseduta dall’aspirina) e sono inoltre dei buoni antiaritmici. Due o tre pasti settimanali di pesce (o almeno un apporto adeguato di acidi grassi omega-3 da alimenti integrati o arricchiti) dovrebbero entrare stabilmente nella nostra alimentazione.
7 – Fare attività fisica
Aumentare la propria attività fisica contribuisce in vari modi a normalizzare il tasso dei trigliceridi. Può aiutare a controllare il peso corporeo, un elemento, come si ricordava, di riconosciuta importanza da questo punto di vista, ed aiuta inoltre i muscoli a “bruciare” meglio i trigliceridi stessi per produrre l’energia necessaria per il movimento. L’attività fisica, infatti, aumenta l’attività degli enzimi che digeriscono i trigliceridi (soprattutto la Lipoprotein-Lipasi, o LPL). Praticare un’adeguata attività fisica, tra l’altro, è un elemento essenziale di ogni ricetta per il benessere e la salute.
8 – A digiuno prima “dell’esame”.
Per misurare correttamente il tasso dei trigliceridi, e vedere se esso si è modificato dopo una dieta adeguata o grazie all’effetto di un farmaco, è necessario essere a digiuno, al momento del prelievo, da almeno 12 ore, ed aver consumato, la sera precedente, un pasto leggero. Non alzatevi, durante la notte, per andare a bere un bicchiere di latte o di una bevanda zuccherata in frigorifero: il risultato dell’esame potrebbe essere influenzato. Se possibile, inoltre, utilizzate sempre lo stesso laboratorio per i controlli successivi della trigliceridemia.
In questi ultimi anni è stato da più parti sottolineato l’importante ruolo protettivo dei nutrienti (vitamina A, C, E, selenio ecc) caratterizzati da una azione specifica di prevenzione sull’ossidazione delle lipoproteine, in particolare delle LDL. Anche se dati definiti sul piano clinico non sono ancora del tutto disponibili è fuori dubbio che il consumo di alimenti ricchi di sostanze antiossidanti va incoraggiato, e in alcuni casi potranno essere necessarie integrazioni con preparati polivitaminici e poliminerali.