E’ ormai riconosciuto che l’alimentazione incide sul rischio cardiovascolare secondo numerosi meccanismi e protagonisti: i lipidi, lo stress ossidativo, le alterazioni vascolari, la resistenza insulinica, la pressione arteriosa e la suscettibilità alla formazione di trombi. In aggiunta la ricerca scientifica sottolinea con forza il ruolo centrale dell’infiammazione nel processo che conduce all’aterosclerosi. I parametri infiammatori (e.g. PCR, TNF-α, IL-6, IL-18) correlano con il rischio di sviluppare malattie ischemiche e possono contribuire direttamente alla patogenesi delle patologie cardiovascolari. Inoltre le osservazioni cliniche effettuate sui pazienti affetti da sindrome metabolica rimarcano anche il ruolo svolto dallo stato infiammatorio nell’indurre resistenza insulinica ed alterazioni vascolari.

Ma quale filo collega lo stato infiammatorio e l’alimentazione?

Gli studi epidemiologici dimostrano che un introito adeguato di acidi grassi ω-6 e ω-3 è associato ad un minor livello infiammatorio e ad un moderato abbassamento del rischio di sviluppare le malattie cardiovascolari. Inoltre un consumo eccessivo di acidi grassi trans, oppure, in secondo luogo, di acidi grassi saturi correla con un minore rischio cardiovascolare, mentre quelli polinsaturi e monoinsaturi sembrano essere protettivi.

La verdura e la frutta contengono vitamine, flavonoidi e fibre il cui ruolo nel modulare l’infiammazione è stato ben approfondito. Ebbene, il rischio cardiovascolare mostra un’associazione inversa con il consumo di vegetali, inclusi alcuni tipi di frutta secca ricchi di acidi grassi monoinsaturi, polinsaturi e dell’aminoacido arginina. I carboidrati raffinati (pane, pasta, riso, dolci) subiscono un processo industriale che li priva notevolmente del contenuto di fibre, vitamine, minerali, fitonutrienti ed acidi grassi essenziali. Porzioni abbondanti di questi alimenti e di zuccheri semplici provocano un’impennata della glicemia e dei livelli di insulina, oltre ad indurre generalmente un repentino senso di fame. E’ stato scoperto che le fasi iperglicemiche acute possono incidere negativamente sul sistema di vasodilatazione e ridurre la disponibilità del monossido di azoto. Benché i meccanismi non siano stati ancora delineati nel dettaglio, le osservazioni suggeriscono che iperglicemia acuta potrebbe incrementare i livelli dei radicali liberi e delle citochine pro-infiammatorie (IL-6, IL-18, TNF-α) fungendo da collegamento tra la glicemia ed i danni del sistema vascolare. Anche un utilizzo smodato di bevande alcoliche è in pieno disaccordo con la salute, mentre un consumo contenuto e consapevole può ridurre il rischio di eventi cardiovascolari di tipo sia fatale che non.

Quindi un modello alimentare ricco di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, carne bianca e pesce rappresenta una strategia ottimale per ridurre il rischio cardiovascolare; un esempio ben diverso da quanto avviene nei paesi più industrializzati, dove il consumo di carni rosse e processate, zuccheri, dolci, patatine fritte e cereali raffinati è ubiquitario. L’importanza dell’alimentazione è rimarcata da uno studio effettuato su pazienti con dislipidemia (i.e. LDL e colesterolo alto), in cui un intervento nutrizionale ha mostrato di essere altrettanto efficace nel ridurre i livelli di PCR tanto quanto la terapia farmacologica a base di statine ed indipendentemente dal cambiamento ponderale. La dieta mediterranea soddisfa tutti i requisiti salutistici affrontati sopra e non è un caso che sia stata oggetto di un gran numero di osservazioni scientifiche. Nello studio EPIC sulla popolazione greca è stata trovata una correlazione inversa tra l’aderenza alla dieta mediterranea e la morte cardiovascolare, mentre nella ricerca Nurses’Health Study lo stile alimentare mediterraneo correla con una concentrazione minore di biomarcatori legati all’infiammazione ed alla disfunzione endoteliale. Inoltre nello studio ATTICA un consumo abbondante di frutta, verdura e di grassi monoinsaturi è associata ad una riduzione del 20% del rischio di sviluppare la sindrome metabolica, caratterizzata da obesità addominale, intolleranza glucidica, dislipidemia ed ipertensione arteriosa. E’ bene precisare, tuttavia, che probabilmente anche la perdita ponderale agisce di concerto nel diminuire gli indici infiammatori e migliorare la funzione endoteliale.

In conclusione uno stile alimentare basato da una parte su amidi raffinati, zuccheri, acidi grassi saturi e trans e, dall’altra, carente di antiossidanti, fibre vegetali può determinare una maggiore attivazione del sistema immunitario innato, probabilmente a causa della sintesi eccessiva di molecole pro-infiammatorie. Queste ultime possono poi essere responsabili di disfunzioni a carico del sistema circolatorio e possono incrementare il rischio di sindrome metabolica e malattie cardiovascolari.

La salute dipende anche dalle nostre scelte. I benefici derivanti dai giusti micro e macronutrienti, insieme ad una regolare attività fisica ed interruzione del tabagismo, sono armi potenti per sconfiggere il rischio delle maggiori malattie croniche.

Presso il Centro di Medicina Biologica è possibile effettuare analisi diagnostiche per la valutazione dello stato infiammatorio e percorsi  personalizzati.

Dott.ssa L. De Mariani

Dott. G. Tiri